FRAMMENTI CAMBOGIANI – LO SGUARDO DI UN VOLONTARIO

A causa dell’emergenza coronavirus, i 4 operatori del Servizio Civile Universale in Cambogia sono stati fatti prontamente rientrare in Italia. Abbiamo chiesto di raccontarci come hanno vissuto questo difficile momento.

Qui sotto, la tesimonianza di uno di loro.

23/03/2020 FOSCHIE 

 

 

 

 

di Teodosio De Bonis 

 

Ognuno ha la sua piccola grande storia da raccontare riguardo a come questa emergenza sanitaria stia sconvolgendo il proprio micromondo. Siamo tutti in un limbo battuto da milioni di correnti, di storie, in cui i più fortunati sono ora chiusi nei loro fari spenti, tentando di intravedere il sereno oltre la tempesta.

Anche noi, da poco rientrati in Italia, siamo tra quei fortunati, e la nostra storia è piccola, piccolissima in questa marea. Non ci eravamo resi conto che la spada di Damocle che pensavamo di aver lasciato a Milano l’8 febbraio, quando siamo partiti, avesse continuato a pendere sopra di noi anche in Cambogia, lontani da tutto. Una lontananza che in un primo momento ci ha sollevati ma che pian piano ci ha spaccati in due: una parte continuava a vivere la quotidianità cambogiana con entusiasmo  e spensieratezza, mentre l’altra era confusa, preoccupata e poi confinata in casa con il resto d’Italia. In poche settimane ci siamo trovati nel nostro primo limbo, in cui aspettavamo inconsciamente che qualcosa accadesse in Europa, in Asia o dappertutto.

Avevamo aspettato questa esperienza da mesi. Ci avevamo investito tempo ed energie perché ci credevamo davvero e finalmente eravamo lì, su suolo khmer. Stavamo mettendo le basi per poter vivere pienamente l’anno che ci si prospettava davanti: cominciavamo a conoscere la città, i suoi confini, i prezzi del mercato, le prime frasi in lingua, i nomi dei piatti, delle persone. Stavamo assorbendo tutto.

La spada però è caduta, improvvisamente, il 15 marzo, ed ha reciso quel cordone ombelicale che ci stava nutrendo e facendo crescere. Poco tempo per pensare, poco tempo per analizzare, e ci siamo ritrovati su un aereo prima che questo male si diffondesse in un paese che tutti si chiedono se sarebbe capace di contenere l’epidemia, nel caso in cui dovesse esplodere.

Una parte di me avrebbe voluto rimanere in Cambogia per continuare a vivere il paese, nel bene e nel male, ma l’altra metà aveva bisogno di vivere questo sopraffacente limbo in Italia, allo stesso ritmo e sullo stesso suolo dei miei cari.

Non sappiamo se potremo tornare e non sappiamo se questo mese passato a Phnom Penh rimarrà il ricordo di una breve parentesi nelle nostre vite o un capitolo di cui abbiamo letto solo le prime pagine prima di andare a dormire, ma che continueremo domani.

Il mondo intero è in pausa, e siamo in pausa anche noi. Per quanto destabilizzante sia non poter fare programmi in una modernità fatta di date e scadenze, non possiamo che sforzarci di accettarlo.

Questo, per noi, non è il momento di agire ma solo quello di rallentare, di fare la nostra parte nel non fare nulla. Ora restiamo nei nostri fari, aspettando il momento in cui torneranno a illuminare la via, forse del ritorno in Cambogia.

 

21/02/2020 URBANIZZAZIONE IN CAMBOGIA – DOVE I DIAMANTI NON BRILLANO

      di Teodosio De Bonis 

Chiunque sia stato in Cambogia e si trovasse oggi a ripercorrerne le strade rimarrebbe spaesato nel vedere quanto l’urbanizzazione ne stia cambiando il volto, anno dopo anno. Phnom Penh, la capitale del paese, sta continuando a vivere una significativa crescita urbana a partire dai primi anni 2000 e conta ormai 2 milioni di residenti, pari al 14% della popolazione totale.

Per poter fare spazio a tutto ciò che una capitale asiatica e moderna esige, come centri commerciali, larghe strade a corsie multiple, grattacieli di compagnie internazionali e nuovi condomini d’élite, la città ha dovuto recuperare chilometri quadrati sottraendoli ai suoi abitanti così come alle sue risorse. I laghi creati in epoca coloniale francese, come Boeung Kak e tanti altri, sono stati ormai insabbiati per potervi costruire sopra nuovi palazzi ed il sistema di canali che, insieme ai bacini artificiali, aveva tenuto sotto controllo per anni le inondazioni causate dai monsoni, è stato compromesso. l fiumi hanno dovuto quindi reclamare terra da altri luoghi per continuare a scorrere, e molte famiglie hanno dovuto lasciare le loro case. 

Koh Pich, l’isola dei diamanti, è una piccola oasi artificiale che costeggia per qualche chilometro la riva del fiume lungo il centro di Phnom Penh ed è l’esempio più lampante delle priorità previste dal Master Plan 2035, il nuovo piano urbanistico cambogiano.

Nel 2006, la Overseas Cambodian Investment Corp, una società khmer-canadese, ha firmato un accordo con il governo locale per lo sviluppo e la gestione dell’isola e camminando per le sue strade si ha ora l’impressione di essere catapultati su un set cinematografico di ambientazione europea. Con viste panoramiche sulla città, la futura smart city dei diamanti, ospita aree residenziali di fascia alta, centri espositivi, unità commerciali, sale convegni e centri sportivi. Può ospitare fino a 30.000 persone e sarà il fiore all’occhiello della capitale.

Ma a quale costo?

La piccola lingua di terra ora diventata isola e l’area dinanzi, non si potevano certo dire disabitate. Sambok Chab, nido d’uccello in khmer, è il nome del villaggio i cui abitanti sono stati costretti a spostarsi nelle periferie della città con la promessa di un terreno, una casa ed un certificato di proprietà, un pezzo di carta che molte famiglie non hanno il lusso di possedere. Borei Keila, a nord dello stadio olimpico, così come altre aree urbane centrali sono il risultato dello stesso iter di risanamento.

Andong, dove il CIAI opera da 13 anni con il progetto Street to School  , è solo una delle zone periferiche in cui le famiglie sono state rilocate. Non tutti però hanno avuto la fortuna di vedere rispettate le promesse fatte loro. Le mobilitazioni sono avvenute per lo più in tempi brevissimi, spesso anche con l’utilizzo della forza in risposta al rifiuto di chi non voleva lasciare la propria abitazione. Le nuove terre promesse però non erano, e non sono ancora oggi, pronte all’accoglienza di masse così numerose a cui si aggiungono famiglie venute dalle provincie in cerca di miglior fortuna nella capitale. Mancano infrastrutture appropriate, scuole, sistemi fognari, collegamenti con la città ed opportunità di lavoro. Un gran numero di abitanti si trovano a compiere lunghi tragitti per svolgere attività remunerative saltuarie come venditori di frutta o molluschi di fiume a Phnom Penh, riportando a casa pochi dollari che devono bastare a sostentare l’intera famiglia.

In queste aree, la necessità di riempire le lacune causate da un piano urbanistico inefficiente e mendoso è ancora evidente e mentre associazioni locali ed internazionali come CIAI si impegnano a tale fine, è doveroso tenere a mente quanto il supporto al paese sia ancora fondamentale, al fine di limitare il ripetersi di queste dinamiche.

Entro il 2050 si prevede che il 36% dei cambogiani vivrà in aree urbane, ma per consentire tale crescita è fondamentale che vengano implementati sistemi e infrastrutture per evitare che la Cambogia si incanali, e poi stagni, in un modello di crescita insostenibile

Phnom Penh 21/02/2020

Fonti