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Ritorno a scuola: creatività e cooperazione per colmare le distanze

Abbiamo intervistato Cecilia Conti ed Enzi Bevar di Cinemovel Foundation, coordinatori del progetto cinegame in tutti i sei territori. Anche a loro, come ad altri partner di #tu6cuola, abbiamo chiesto di condividere le loro riflessioni sulla didattica a distanza, le lezioni apprese durante la pandemia, le opportunità per un rinnovamento della scuola italiana.

Una scena del Cinegame 2020

I mesi di lockdown hanno messo alla prova il mondo scuola e stravolto le modalità didattiche tradizionali. Che cosa può insegnarci tutto questo?

Innanzitutto che la scuola è socialità e relazione: quando manca la presenza e la condivisione, le difficoltà si fano sentire a tutti i livelli. Possiamo sopperire con gli strumenti digitali, purché siano orientati a creare relazione, appunto, non solo a trasferire nozioni.

Il tema del digitale, del gap tra chi ha i mezzi (device e connessione) e chi no, ci ricorda inoltre il ruolo inclusivo della scuola, che deve saper dare uguali opportunità a tutti, senza lasciare indietro i più fragili, anzi aiutandoli.

Una terza lezione riguarda la condivisione dei processi decisionali e delle esperienze con tutti gli attori. L’ottica è quella della comunità educante, che lavora in sinergia con la scuola, superandone i confini e i ruoli classici. Un valore su cui è importante investire.

Torniamo alle fragilità. Quali problemi e quali dinamiche avete osservato tra studenti, famiglie e docenti?

La relazione educativa ha subito uno stravolgimento di tempi, luoghi e punti di riferimento. Le condizioni di accesso alle proposte formative sono state estremamente disuguali, a causa della maggiore o minore disponibilità di mezzi tecnologici, come accenato prima, ma non solo. A fare la differenza sono anche l’ampiezza gli spazi domestici; la disponibilità di tempo degli adulti per affiancare e sostenere i ragazzi; l’equilibrio e la serenità del contesto familiare.

Lavorando con classi e scuole diverse e in diversi territori, abbiamo osservato una notevole eterogeneità della proposta formativa. Se in alcune realtà c’è stata progettazione e sperimentazione di nuovi approcci, strumenti e modalità, in altre si è cercato di riproporre a distanza il medesimo approccio utilizzato in presenza In altri casi si è assistito addirittura alla parziale o totale interruzione del rapporto diretto con gli studenti).

La sfida ora è ricucire tutte queste differenze, all’interno delle classi e all’interno del sistema scuola.

Proviamo a vincerla, questa sfida! Partiamo dal benessere dei ragazzi: qual è la ricetta di Cinemovel, nel quotidiano, per aiutarli a riconquistare serenità? 

Laboratorio artistico

Le azioni che attuiamo nell’ambito di #tu6scuola utilizzano da sempre i linguaggi del cinema e della creatività per guidare i ragazzi nella scopertà di sé e degli altri. Questo tipo di strumento ha valore sia in situazioni di “normalità” sia come mezzo per l’elaborazione di esperienze traumatiche, come abbiamo sperimentato nel corso di altri progetti nelle scuole, all’indomani dei terremoti di pochi anni fa.

Anche oggi i ragazzi arrivano da una situazione traumatica. Certo non in tutte le regioni la pandemia è stata vissuta con lo stesso tipo di coinvolgimento, ma in tutti i territori c’è stato un distacco improvviso dalla comunità scolastica e un isolamento prolungato.

Il regista Davide Barletti dirige una giovane attrice

La “ricetta di Cinemovel” consiste nel trovare e costruire spazi e tempi per lavorare sulla dimensione emotiva e sociale, per scoprire se stessi come individui e in relazione con gli altri. Dare modo ai ragazzi di vivere nuove esperienze e avere occasioni di espressione creativa, per scoprire potenzialità e inclinazioni, per rivelare la propria identità senza paure e senza maschere. In questo modo li si aiuta a maturare consapevolezza rispetto al ruolo che hanno nella propria crescita e nel contesto in cui vivono.

Per quanto riguarda l’inclusività della scuola, come è possibile coltivarla? Come si può innovare la docenza?

Laboratorio artistico

Ad esempio unendo al programma didattico momenti pratici, ludici, creativi, sperimentali e cooperativi e progettando percorsi che contribuiscano a coltivare l’emotività di ciascuna ragazza e di ciascun ragazzo.

L’obiettivo è promuovere la conoscenza, cambiare la prospettiva, rimettere in discussione il ruolo di ognuno (giovani e adulti), ripensare se stessi nel gruppo.

Nei nostri labortori utilizziamo il linguaggio del cinema, ecco come lo descrive uno dei nostri registi, Gabriele Gianni:

“[…] vogliamo contribuire ad aumentare gli stimoli culturali e la diversità, a rafforzare la sicurezza delle ragazze e dei ragazzi in loro stessi, a educare all‘accettazione degli errori come processo necessario di crescita. Il cinema è fatto di errori e soluzioni, di scelte e collaborazione, per questo pensiamo sia una palestra ideale per i giovani, e un’occasione per respingere quei meccanismi esterni fatti per assecondare una parte di noi stessi più in superficie delle altre.” 

Per approfondire:
intervista al regista Davide Barletti
intervista al regista Gabriele Gianni

Paola Crestani: Sara ha ragione, la scuola deve fare uguaglianza

Pubblichiamo anche qui l’intervento della presidente di CIAI Paola Crestani pubblicato su Allosanfan.it lo scorso 10 luglio.
L’articolo fa seguito alla lettera aperta di una studentessa di 15 anni, apparsa alcuni giorni prima sullo stesso blog.

Paola Crestani: Sara ha ragione, la scuola deve fare uguaglianza

Quando i ragazzi parlano, hanno l’abitudine e il pregio di essere diretti, di non avere filtri, perché non devono compiacere nessuno. E se una ragazza di 15 anni punta il dito contro noi adulti per non aver messo la scuola al primo posto durante l’emergenza Covid – e quindi l’educazione tra le priorità della politica – allora siamo noi a ritrovarci nudi davanti allo specchio, come quell’imperatore che voleva sempre abiti nuovi. Siamo spesso bravissimi a parole e meno con gli esempi, che, alla fine, sono quelli che aiutano i nostri figli a crescere.

Mi ha colpito la lettera di Sara per la lucidità e la franchezza, per la capacità di arrivare al punto come pochi politici sanno fare.

E mi sono sentita interpellata per quanto, attraverso i progetti educativi di CIAI in Italia, #tu6scuola e Piccoli che valgonosi cerchi di mettere sempre i bambini e i ragazzi al centro del nostro impegno, con le loro scelte, i loro sogni e soprattutto i loro diritti.

Se da un lato posso dire a Sara che ha ragione da vendere, aggiungo anche che lei appartiene a quella parte di giovani che sta crescendo consapevole non solo delle proprie scelte ma di come le scelte degli adulti siano a volte causa della fragilità dei giovani.

Non tutti gli studenti possono nutrire gli stessi convincimenti, trovandosi in condizioni svantaggiate. 

Oggi e soprattutto dopo la pandemia, l’Italia si è ritrovata divisa sempre più nelle diseguaglianze e nei diritti non garantiti per tutti. La scuola non è stata in grado, per dirla con le parole di Erri de Luca, di “fare uguaglianza”, in queste condizioni.

Chi appartiene già a contesti fragili oggi si ritrova ancora più ai margini, a rischio di drop out, non in grado, in prospettiva, di agire positivamente per il proprio futuro e  la società di domani: durante questa pandemia si stima che degli 8 milioni di studenti circa un milione e mezzo di loro siano stati esclusi non solo dalla didattica a distanza ma anche dalla partecipazione alla comunità scolastica.

Come ha evidenziato Fondazione Agnelli, si tratta in gran parte di ragazzi appartenenti a famiglie in difficoltà, caratterizzate da analfabetismo funzionale che si è accresciuto negli ultimi mesi.

Dobbiamo essere consapevoli della caduta di apprendimento generatasi, che varia dal 35 al 50% rispetto al 2019, un dato solo in apparenza astratto che rischia però di pesare sul futuro di tanti ragazzi, i loro percorsi futuri, le opportunità di lavoro. Un impatto quindi che si riversa su tutta la società

È nostro dovere adesso non lasciare indietro nessuno di questi studenti e fare di tutto per aiutarli a recuperare lo svantaggio subito per evitare che quelle fratture sociali createsi durante il lockdown si divarichino ancora di più.

Occorre a mio avviso essere consapevoli che la scuola non è solo banchi o didattica a distanza, ma un sistema di relazioni ed esperienze che interagiscono continuamente con le famiglie, la comunità, il territorio, gli insegnanti e anche le realtà del privato sociale come CIAI che con #tu6scuola è entrato in sei scuole secondarie di primo grado, da Milano a Palermo a sostegno di una scuola inclusiva.

Garantire a Sara e a tutti gli studenti italiani il diritto allo studio e alle relazioni educanti significa certamente intervenire in termini di supporto materiale con la fornitura di strumenti digitali per quelle famiglie o scuole che ne siano sprovviste, ma, soprattutto, garantire tutte quelle relazioni che sono così importanti per la crescita ed il percorso educativo oltre ad un supporto psicologico e pedagogico indispensabile per affrontare gli effetti dell’isolamento e della socialità interrotta in questi mesi.

Paola Crestani – Presidente CIAI

 

La lettera aperta di Sara

Sara, 15 anni: la scuola è la nostra salvezza, non può venire per ultima

Osservatorio Scuola: Ed-Work e le lezioni della DaD

Proseguiamo nella nostra analisi del mondo della scuola e dell’impatto che la pandemia ha avuto sulla didattica e sulle prospettive per il suo futuro. Oggi ospitiamo  il punto di vista di uno dei partner trasversali di #tu6scuola: Ed-Work.

 

La scuola tra creatività e disuguaglianze

Reazioni creative

foto Unsplash

Davanti alla crisi e all’incertezza nella scuola italiana in molti casi, ha prevalso la creatività. Ogni comunità scolastica ha messo in campo tutte le risorse di cui disponeva con un solo obiettivo: mantenere la scuola nella vita dei ragazzi e delle ragazze in un momento così difficile.

Uno sforzo nato da una consapevolezza: la scuola non è soltanto un luogo di apprendimento, ma di crescita e di legami. E mantenere quei legami ha rappresentato un obiettivo così importante dagenerare n uove soluzioni e mettere da parte chiusure e rigidità.

Nuove differenze

foto Unsplash

Se da un lato la crisi ha originato risposte resilienti da parte della comunità scolastica, dall’altro ha anche acuito le disuguaglianze esistenti. Mai come in questi mesi il digital divide ha fatto sentire il suo peso nella vita di tutti noi ed in particolare delle ragazze e dei bambini; così come la disuguaglianza economica, la povertà, i deficit linguistici e di apprendimento.

Abbiamo visto i solchi della disuguaglianza ingrandirsi sempre più: le classi si sono divise fra studenti che avevano la possibilità di frequentare la nuova modalità di scuola a distanza e tanti altri, per cui questa possibilità non è stata scontata. Bambini e bambine in famiglie numerose con spazi abitativi ristretti ed un solo device a disposizione. Ragazzi e ragazze che abitano periferie e centri extraurbani impossibilitati a seguire le lezioni online per assenza di connessione. Tante bambini/e e ragazzi/e disabili o con bisogni educativi speciali che nella scuola online non hanno trovato il proprio posto. Tanti e tante appena arrivati in Italia, per cui lo scoglio linguistico, a distanza, ha rappresentato un ostacolo insormontabile.

Non abbiamo ancora le stime dell’abbandono scolastico ma sappiamo bene che troppi di loro in questi mesi sono rimasti indietro. Per ripartire, la scuola non può che farlo da qui.

Ricominciamo da tre

Si ma come? È questa la domanda che soprattutto in questi giorni toglie il sonno a chi sta già programmando nelle scuole le attività di settembre.

Come ripartire? Si tornerà a scuola tutti insieme? In presenza? A distanza? In quali spazi? Con quali modalità?

Giulia Tosoni, co-founder di Ed-Work, che ora lavora come responsabile della scuola CIA Manzoni di Milano per il contrasto all’abbandono scolastico, ai suoi studenti ad inizio anno raccomanda di non intraprendere il rientro a scuola come un partire da zero, cancellando il passato e tutto ciò che li ha portati lì. Suggerisce invece di provare, come diceva Troisi, a “ricominciare da tre”, tenendo a mente le tre cose belle, di un passato spesso burrascoso, da portare in questo nuovo inizio. Ci sembra un buon consiglio anche per il rientro a scuola: troppo spesso davanti a riforme e programmi nella scuola si ha la sensazione di ripartire da zero, e questo vale anche per il post Covid19.

Ma la scuola in questi mesi è cambiata e si è innovata, ha adottato strategie e messo in campo soluzioni.
Proviamo dunque a “ricominciare da tre”, anche in questo caso.

1. Il ruolo della tecnologia

foto Unsplash

Il balzo tecnologico compiuto dalla scuola durante il lockdown è stato sensazionale. In preda al desiderio di rimanere vicini, nonostante le distanze, si è sperimentato un gran numero di strumenti, applicazioni, programmi, prima quasi del tutto assenti dal panorama scolastico. Cogliere questo elemento di novità vuol dire organizzarlo e renderlo efficace. Occorre formare insegnanti e operatori non sulle singole funzionalità dei programmi ma su l’infinita gamma di strumenti potenzialmente a disposizione della scuola, che possono essere utilizzati per innovare la didattica e l’organizzazione scolastica.

 

 

2. Nuovi strumenti, linguaggi e metodi

Il secondo punto parte proprio da qui: questa nuova modalità di scuola ha, forse per la prima volta in maniera così massiccia, allargato l’orizzonte della didattica tradizionale, puntando l’attenzione sulla possibilità di fare scuola in modi e con strumenti diversi. Video, immagini, lavori in piccoli gruppi, lezioni meno lunghe e con orari meno pensanti, attività diverse dalla lezione frontale, sono soltanto alcune delle possibilità che questa crisi ha portato a sperimentare.

Anche qui, elaborando quello che è successo in una chiave propositiva, si potrebbe sfruttare questa occasione per rinnovare finalmente il modo di fare scuola, in un’ottica più interattiva, cooperativa ed inclusiva che punti ad ampliare la gamma di strumenti e di fonti attraverso cui è possibile imparare. Non soltanto il libro, la penna e il foglio, ma anche nuovi linguaggi più vicini agli studenti.

3. La scuola come comunità di crescita

foto Unsplash

Mai come in questi mesi è stato chiaro il ruolo che la scuola ha nella vita dei ragazzi e delle ragazze. Non si tratta più soltanto di trasmettere le conoscenze necessarie all’apprendimento, ma di accompagnare gli studenti in un percorso di crescita, sviluppando le loro capacità, prima fra tutte quella “ad aspirare”, di cui parla Appadurai, premessa per lo sviluppo di tutte le altre capacità, in quanto necessaria per riconoscere la propria condizione e cambiare la propria vita.

Questo vuol dire non considerare gli studenti soltanto come alunni, ma guardarli come persone, che al suono della campanella devono affrontare ostacoli, paure e sfide del presente e del futuro, spesso in totale solitudine.

Accompagnare questo percorso di crescita vuol dire costruire alleanze: prima di tutto con le famiglie, con cui in questo periodo si è rinnovata una complicità, fatta di azioni quotidiane che avevano l’obiettivo di fissare regole e limiti indispensabili non solo alla fruizione della scuola a distanza, ma anche alla crescita.

È il momento ora di puntare sulla cura di questa comunità, negli anni troppo spesso abbandonata, fatta dalle famiglie ma anche da operatori,
educatori ed educatrici, realtà del terzo settore, centri sportivi, biblioteche. Tutte realtà e persone che hanno ruoli educativi e che la scuola come comunità deve guidare in questo percorso di rete e valorizzazione reciproca.

#TU6SCUOLA e i laboratori SaltaClasse: un esempio di innovazione

Si può puntare sull’innovazione in un momento di crisi e incertezza? Non è meglio “riportare i remi in barca” e  attendere la fine del temporale? Rispondere a questa domanda non è semplice ma è quello che stiamo provando a fare in queste settimane programmando le attività dei laboratori SaltaClasse per il prossimo anno.

Il SaltaClasse nelle classi prime – la produzione del Cinegame

Come nasce il SaltaClasse

I laboratori SaltaClasse sono una delle azioni del più ampio progetto nazionale #tu6scuola. Prendono il nome dall’idea di creare delle classi aperte composte da gruppi misti nell’ottica di favorire l’apprendimento cooperativo e di scompaginare dinamiche di gruppo sistenti. Puntando su elementi come l’interdisciplinarietà, la didattica ludica e interattiva, il lavoro di gruppo collaborativo e l’utilizzo di strumenti multimediali, mirano a stimolare la creatività e l’espressione artistica.

I ragazzi e le ragazze coinvolti nel progetto in questi anni sono diventati scrittori creativi, sceneggiatori, attori, costumisti, sociologi che immaginano gli scenari futuri. Hanno mescolato temi e saperi, hanno imparato facendo e sperimentando.

L’obiettivo è di ri-motivarli alla scuola, all’apprendimento e orientarli verso il futuro, cambiando le modalità più tradizionali e trasmissive
di fare scuola.

Continuare a innovare nel nuovo scenario

Reagire ad una crisi può voler dire cogliere la spinta al cambiamento che questa ha generato e farne tesoro. Ed è proprio quello a cui puntiamo: incanalare positivamente le spinte ad innovare la didattica, accompagnare insegnanti ed operatori in un percorso di formazione e riflessione che porti ad immaginare e creare una scuola più flessibile e preparata ad affrontare cambiamenti e scenari futuri.

Ma innovare il modo di fare scuola vuol dire prima di tutto mettere al centro i ragazzi e le ragazze coi loro vissuti. E per farlo è necessario partire dall’elaborazione di quanto accaduto, del periodo di solitudine e cambio di abitudini che ciascuno ha vissuto.

È fondamentale investire del tempo a scuola per riflettere sul periodo del lockdown, dare uno spazio a ragazze e ragazzi, bambini e bambine per esprimersi sui propri stati d’animo. Se non è la scuola a dargli questa possibilità, molti di loro semplicemente non lo faranno e questo segnerà le loro vite, il loro presente e futuro.

Elaborare il trauma come comunità

La scuola è il luogo dove elaborare insieme, come comunità, il trauma vissuto, facendo capire ai ragazzi e alle ragazze quanto è importante, in situazioni come queste, fermarsi e prendersi del tempo per ascoltarsi e capirsi. Sarebbe stato bello dedicare un ipotetico ultimo giorno di scuola a questo: guardarsi nuovamente negli occhi, riconoscersi, dopo mesi passati davanti ad uno schermo.

A settembre, non perdiamo questa occasione.

Sofia Sabatino e Serena Capodicasa
Ed-Work – Il network dell’educazione

tu6scuola a Milano: Sostegno (non solo) allo Studio

Abbiamo parlato recentemente dei ragazzi della Capponi di Milano e della loro esperienza con il Saltaclasse e i Fuori Orario.
Oggi vi raccontiamo della loro esperienza con il Sostegno allo Studio, un’attività curata da Celim che ha offerto loro non solo aiuto per i compiti, ma anche uno spazio di relazioni, inclusione e crescita personale.
Più delle nostre parole valgono quelle dei ragazzi, interpellati a fine anno attraverso un questionario di gradimento per esprimere il loro giudizio.

foto Freepik

“Mi è piaciuto poter fare merenda e avere il tempo per capire le cose che non capivo” 

Le attività previste a Milano e regolarmente attuate nel primo quadrimestre sono state lo Spazio Compiti pomeridiano e il corso ITALIANO L2 per studenti stranieri.

Si sono svolte al pomeriggio intorno alle 16: all’ora “di merenda”, e non per modo di dire. Nei primi momenti della lezione infatti ai ragazzi era concesso il tempo di fare un piccolo spuntino e chiacchierare un po’. Questo rituale, oltre a dare modo ai ragazzi di rifocillarsi, è stato prezioso per creare un clima rilassato e piacevole per il gruppo.
Alla domanda “che cosa hai imparato durante lo spazio compiti?” alcuni hanno menzionato le materie nelle quali sono stati aiutati, la matematica, le equazioni, l’algebra. Non è mancato chi ha imparato a organizzarsi, a esprimersi meglio, a organizzarsi e a collaborare. Tanti hanno apprezzato proprio l’opportunità di stare insieme ai compagni e di conoscere nuovi amici.

“Le educatrici erano sempre gentili e disponibili”

La chiusura delle scuole ha fatto naturalmente da spartiacque anche per queste attività.
Il Sostegno allo Studio è stato potenziato e adattato, negli orari e nelle modalità, in modo da offrire il massimo supporto soprattutto agli studenti più fragili e a rischio di dispersione scolastica.
Complessivamente, sono stati circa 80 i ragazzi e le ragazze beneficiari di questa azione, seguiti a piccoli gruppi o individualmente, in base alle loro necessità.
A quelli previsti in origine se ne sono aggiunti altri, su segnalazione dei docenti: le ore dedicate dagli educatori si sono quindi moltiplicate, così come si è ampliata la varietà di materie, per meglio integrare il lavoro svolto a lezione.

“Mi è piaciuta la parte d’inglese perché prima non ero molto bravo. Adesso invece sono migliorato!”

L’inglese è stata una materia “fuori programma” introdotta durante il lockdown, intercettando un bisogno inespresso di alcuni ragazzi: questa si è rivelata una scelta particolarmente felice e apprezzata.
L’italiano per ragazzi stranieri, invece, era già previsto e attivo nel primo quadrimestre e nel secondo le lezioni sono andate avanti via Classroom.
Imparare o migliorare l’italiano da casa non è facile, eppure proprio questa modalità ha consentito anche  di prendere parte alle lezioni persino ad alcuni papà!

“In Spazio Compiti divento più me stessa e più aperta”  

Il Sostegno allo Studio è un’azione fondamentale per supportare la scuola.
L’impegno degli educatori, la loro creatività e flessibilità, sono orientati non tanto al rendimento, quanto al benessere dei ragazzi. E quando si sta bene, si impara anche meglio.
Ecco cosa scrive una studentessa, nel questionario di gradimento:
“Una cosa che mi e piaciuta dello Spazio Compiti è che ho conosciuto ragazzi di altre classi e che ho fatto nuove amicizie. Questo tipo di aiuto può essere utile per tutti, sia per i piccoli sia per i grandi. […]  Ho capito meglio che in classe perché avevo le cose spiegate piu e piu volte. Una cosa che mi faceva stare bene è che la mi sentivo veramente apprezzata per ciò che sono, senza essere giudicata. In Spazio Compiti divento più me stessa e più aperta.”

Non è un paese per studenti

“Trovo sia inaccettabile che la scuola abbia così poca importanza per chi ci governa. Io voglio vivere in un Paese nel quale l’istruzione, la cultura e la scuola siano considerate priorità”.

 

Chi scrive è Sara, una studentessa di 15 anni che senza filtri si rivolge a tutti noi – cittadini, genitori, politici, rappresentanti delle istituzioni – attraverso una lettera aperta, pubblicata dal blog allonsanfàn.

Dopo mesi di scuole chiuse, lezioni a distanza dove possibile, disparità emerse e nuove fragilità, colpisce lo sguardo lucido di una adolescente che mette il dito nella piaga. L’emergenza Covid in Italia ha puntato i riflettori sulle fragilità del sistema scuola. E soprattutto sulla mancanza di soluzioni che valorizzassero l’educazione di bambini e ragazzi come strumento di crescita e sviluppo per l’intero paese.

(foto: Unsplash)

 

Una generazione a diverse velocità

Sara è quindi l’emblema delle nuove generazioni consapevoli del loro ruolo nella società, del loro protagonismo. Tuttavia è anche esempio tangibile di come l’Italia – che non riesce a decidere con chiarezza e tempestività sulla scuola – stia crescendo generazioni a diverse velocità. Chi ha strumenti e consapevolezze sulle proprie scelte future; chi resta lontano o indietro dalle possibilità di crescita individuale e collettiva; chi  resta totalmente estraneo e, con molta probabilità, andrà a far crescere le statistiche degli abbandoni e dei dispersi.

Diritti che non sono stati garantiti, che ora devono essere risarciti e che giovani come Sara reclamano con forza.

Si sta lentamente profilando una nuova emergenza educazione, sottile e talvolta poco evidente, che, se non affrontata, avrà conseguenze irreparabili nella società nei prossimi anni.

Ascoltare i ragazzi

“La bellezza della lettera di Sara è il fatto che quando diamo la parola ai bambini e ai ragazzi, ci rendiamo conto di quante idee e di quali visioni abbiano. Se oggi la scuola è la Cenerentola del dibattito, dobbiamo anche notare che in questo dibattito non stiano entrando i ragazzi – ha detto Luca Meschi, direttore territoriale Italia CIAI – In Italia con i progetti come #tu6scuola e “Piccoli che valgono” si lavora perché  i ragazzi siano protagonisti dei loro contesti. Come dice Sara, contrastare la dispersione scolastica, fare in modo che i ragazzi vadano a scuola, significa aiutarli nel loro processo di emancipazione dalle condizioni sociali familiari. E di conseguenza far crescere la società tutta”. 

Boldrini: la scuola, ambiente di apprendimento tutto l’anno

Una cosa è certa, almeno per chi opera all’interno del progetto #tu6scuola: laddove la comunità educante già esisteva o dove reti territoriali associative già operavano assieme per il bene comune, la pandemia Covid19 ha rappresentato un momento difficile ma non insormontabile dal punto di vista delle relazioni e della vita sociale. E quindi anche del mondo scuola che ha ritrovato, seppure nel distanziamento, un modo di restare ‘aperta’.

A Fabrizio Boldrini, Direttore della Fondazione Centro Studi Villa Montesca a Città di Castello, partner di #tu6scuola per l’azione sulle comunità educanti, abbiamo chiesto una riflessione sui mesi appena trascorsi.

 

Fabrizio Boldrini – Fondazione Centro Studi Villa Montesca

“Abbiamo fatto uno sforzo di adattamento, non semplice, ma i risultati si sono visti proprio perché volevamo almeno preservare l’elemento principe, insito nel mondo scuola, la relazione, un elemento non secondario dell’educare e dell’educarsi – ha detto.

Con il distanziamento è venuto a mancare lo sviluppo della personalità del bambino e del ragazzo e volevamo evitare il più possibile conseguenze negative per i ragazzi. Così ci siamo attivati subito, coinvolgendo presidi, insegnanti, famiglie, in primis per non lasciare nessuno indietro e poi anche per riprogrammare i mesi che avevamo davanti.

Per usare un’immagine romantica, si potrebbe dire che è accaduto quello che racconta Robinson Crosue, il personaggio di Defoe. Quando si fa naufragio su un’isola deserta, per prima cosa si prova un grande sgomento, un senso di profonda incertezza. Per molti ragazzi a questo si è aggiunta anche la necessità di processare il lutto della perdita di affetti. Poi però si è costretti ad adeguarsi al nuovo ambiente, si comincia ad esplorarlo e ad apprezzarne alcuni elementi. Si avvia una reazione resiliente al nuovo contesto, si esplorano nuove forme di comunicazione e di relazione.”

Al di là delle azioni puntuali che avete messo in atto in collaborazione con le scuole, quale lezione è stata appresa?

La scuola si è rivelata un riferimento sociale ancor più importante di quanto immaginassimo, nel periodo Covid: un luogo essenziale intorno al quale gravita tutta la comunità.

I docenti, grazie alla didattica a distanza, hanno mantenuto in una certa misura relazioni sociali e di scambio di contenuti e di emozioni.
Ma questo è avvenuto in un contesto emergenziale, non possiamo ritenerlo in modello. Quello che è certo che è ormai chiaro che per fare didattica evoluta e coinvolgente non è sufficiente mettersi davanti a uno schermo, avere tecnologie.

Ormai abbiamo visto chiaramente un dato che le scienze dell’educazione sottolineano da tempo: tutti, incluso il MIUR, hanno sempre fatto strategie impostate sul mezzo – penso alle LIM e altri acquisti che ritengo meno strategici di quanto pensavamo per le scuole. Abbiamo riempito le aule di media complicati da usare. La pandemia invece ci ha rivelato con chiarezza che il ponte da attraversare è prima di tutto un percorso pedagogico. Le tecnologie anche se sono capaci di modificare ed adattare il contenuto che le utilizza, non possono essere pensate come “totem”, con la relativa acritica sacralità che ne deriva.

Abbiamo tutti compreso che anche l’emergenza sarebbe stata affrontata con maggiore resilienza di comunità se si fosse avviata una riflessione più profonda sul digitale a scuola.
Le tecnologie, se semplici, possono essere inclusive, ma la pandemia ha sollevato in modo chiaro il tema dell’isolamento digitale.

Quali preoccupazioni per la scuola che verrà, in mezzo a tante incertezze?

Resta la preoccupazione per i ragazzi più deboli e per il processo della loro inclusone.  Il rischio è che si perdano coloro che non hanno accompagnamento a casa, che hanno meno connettività, meno risorse cognitive individuali e di famiglia. Se si dovesse ricorrere ancora alla modalità della didattica a distanza o mista non possiamo non porci il problema della diseguaglianza del contesto. Per i ragazzi avere genitori
con un rilevante background sociale ed educativo costituisce un elemento di vantaggio troppo rilevante.

E se è così anche in “tempo di pace”, questa discrepanza aumenta in modo inaccettabile in situazione di crisi.

In Italia abbiamo una situazione che presenta punte di avanguardia educativa che sono ai vertici della didattica europea e contesti assai fragili nei quali la scuola pubblica si fa sempre in condizioni di emergenza.

Quali idee quindi a sostegno della scuola?

Per prima cosa occorre a mio avviso semplificare i processi: le prassi innovative “scoperte” durante il lock-down non vanno abbandonate, ma potenziate. La didattica può utilizzare vari “attrezzi”, alcuni perché sono utili altri perché si è costretti a farlo. Ma l’utilizzo di strumenti gestiti in autonomia e strumenti di relazione tecnologica, che abbiamo etichettato DAD (un vezzo di mettere sempre sigle che
personalmente non mi appassiona), non si possono pensare come semplici trasferimenti di contenuti da un luogo, l’aula, ad un mezzo, Google meet.

Non basta usare la Suite di Google per dire che stiamo all’interno di un processo di creazione di contenuto. Occorre trovare un sistema adeguato di relazioni che tenga conto di questi strumenti e li usi per le loro effettive potenzialità, non solo come salvagente quando
il contesto si increspa.

Il digitale a scuola è ancora in una fase evolutiva intermedia e né siamo partiti da zero (come affermava il Ministro dimenticando anni di sperimentazioni e processi di avanguardia), né abbiamo raggiunto i nostri obiettivi.

Come passo successivo, nell’interesse del benessere dei ragazzi, potrebbe essere utile recuperare la relazione e pensare d’ora in avanti alla scuola come ambiente apprendimento tutto l’anno. Dove il termine apprendere non rappresenti una condanna ai lavori forzati educativi dei ragazzi, ma una esperienza piena di contenuti emotivamente rilevanti.

Aprire la scuola anche d’estate per iniziative diverse legate alla creatività potrebbe essere un tentativo da considerare, in prospettiva. Nel progetto #tu6scuola, ad esempio, abbiamo avuto la possibilità di utilizzare il linguaggio del cinema che è opportunità di narrazione: perché non pensare all’estate come momento in cui fare esperienze e stimolare i ragazzi a sceneggiare storie, le proprie?

Pensiamo al valore che potrebbe avere chiedere oggi agli studenti di sceneggiare la loro vita durante il Covid oppure creare una narrazione scientifica del Covid, affinché sia un racconto educativo.

La scuola sembra prigioniera nel suo labirinto, tante voci ma nessuna risolutiva o in grado di soddisfare tutte le esigenze…

C’è bisogno di una riforma generale della scuola; le lezioni delle materie nella secondaria di primo e secondo grado, ad esempio, in molti casi, sono ancora condotte secondo una modalità di insegnamento ‘rigido’. #tu6scuola potrebbe creare un pezzetto di buona pratica di scuola da ripensare.

L’osservatorio è privilegiato da questo punto di vista: per quanto i territori siano diversi, sono rappresentativi della scuola italiana oggi. A mio avviso dovremmo consultare i presidi e ragionare con loro su come ripartire insieme, ma non solo con una prospettiva temporale breve.

Territori e scuola: come interagire anche a distanza?

Tutte le teorie recenti sulle comunità educanti mostrano una visione etica: uomini e donne che devono educare i figli e partecipano insieme a questo sforzo: è la visione del villaggio.

Dopo l’esperienza Covid credo che anche questa sia una idea da rivedere, perché il villaggio è anche comunità di risorse e se ci sono competenze, anche di pensiero, la scuola deve aprirsi ancora di più ai territori. In un sistema di comunicazione diventato così aperto (dopo la pandemia, ndr), l’idea che per educare ci vuole il villaggio non basta più.

Sarebbe bello produrre liturgie comunitarie, in cui la comunità si identifica in qualche forma. Ad esempio negli USA funziona ancora molto la pratica di invitare i genitori a parlare ai ragazzi in classe, raccontando ad esempio le loro professioni. È un modo per far sentire le persone parte del progetto educativo; si fa anche da noi, ma soprattutto nella secondaria si ha ancora difficoltà ad una relazione stabile con il sistema familiare.

Occorre però tornare in cattedra: come ripensare la docenza dopo questi mesi?

Promuoverei la didattica ‘per problemi’: ci consente di stare meno a scuola, avere gruppi differenziati. Non si devono insegnare cose nuove, ma prendere un pezzo di programma e proporlo in forma diversa. È una mini rivoluzione che #tu6scuola potrebbe proporre ai sei territori.

Cinegame: due nuove avventure da Milano e Rovellasca

Nella griglia della piattaforma online ci sono i compagni e i professori.
Ci si scambiano chiacchiere e si risolve qualche piccolo intoppo tecnico nell’attesa che si colleghino tutti.

Può sembrare una videolezione come quelle a cui ormai sono abituati, ma per i ragazzi di Milano e di Rovellasca si tratta di un momento molto speciale. Come preannunciato, stanno per vedere il “loro” Cinegame.

 

Grandi attese

I ragazzi sono divisi negli stessi gruppi interclasse nei quali hanno lavorato al progetto. Le presentazioni sono condotte dai registi e coordinatori di Cinemovel. Tutti sono felici di ritrovarsi, tutti sono ansiosi di vedere il frutto di tanto impegno.
Ma prima c’è un po’ di tempo per parlare.
Come state? Cos’avete fatto, come l’avete vissuto, questo isolamento?
E una domanda provocatoria:
Barattereste due settimane di vacanze con altrettante di scuola, quella “vera”, in classe? 
Non è un plebiscito, ma vincono i sì.
Nei mesi in casa c’è stata decisamente tanta noia. A dire il vero c’è stato anche da fare: imparare una nuova modalità di scuola; stare dietro ai compiti; giocare con i fratelli. C’è stata un po’ di Playstation, ma anche gnocchi fatti in casa, disegni, allenamenti casalinghi, musica e diari. Ma la scuola con gli amici manca, forse ancora di più oggi, ripensando al bel lavoro fatto insieme.
La curiosità di vederlo finalmente completo è tanta, e allora… via!

Dettaglio dalla homepage cinegame.eu

Due regni, due avventure, tante possibilità

Parte la proiezione del Cinegame: Il Piccolo Regno per i ragazzi di Rovellasca, Il Regno di Medhelan per i milanesi.

Durante i laboratori saltaclasse, i ragazzi hanno scritto le storie a bivi e le hanno interpretate, curando anche scenografie, costumi e oggetti scenici, facendo anche da assistenti alla produzione e alla regia.
Hanno creato un’avventura interattiva immaginando momenti cruciali in cui prendere decisioni. Cinemovel ha fatto il resto: il risultato sono due piccoli capolavori, originali, genuini ed estremamente professionali.
Durante questa presentazione ragazzi vedono per la prima volta uno dei possibili svolgimenti della storia; potranno divertirsi a esplorare gli altri su cingeame.eu, la piattaforma creata da Gnucoop dove si trovano anche i Cinegame realizzati lo scorso anno.

Guardarsi con occhi diversi

Al termine della proiezione i ragazzi faticano a nascondere l’orgoglio.
Sono contenti di sé e ne hanno tutti i motivi. Ripercorrendo l’esperienza fatta escono osservazioni particolarmente significative:

Una ragazza, la prima nel suo gruppo a prendere la parola, dice “Per me la cosa più difficile è stata esprimermi perché mi vergognavo” – e alla domanda se si sia poi sentita meno timida risponde “Sì, mi sono sentita più aperta”

Mi ha emozionato e mi è piaciuto molto dire parole in urdu” dice un ragazzo
Un altro commenta “È stato bello perché non era da fare non obbligatoriamente, ma perché volevamo.”
E ancora: “Io facendo i costumi ho sentito di avere tanta immaginazione, creando vestiti diversi da quelli che vediamo tutti i giorni”
“Ho pensato al lavoro di regia, costumi, organizzazione… non ci pensi di solito a quante persone lavorano in un film oltre agli attori!”
Protagonismo, inclusività, libertà di espressione, lavoro di squadra: sono tutti elementi centrali del progetto #tu6scuola e curati i modo straordinario da Cinemovel.
Valori che il lavoro è riuscito a trasmettere, come emerge anche dal modo in cui i ragazzi hanno saputo gratificare il lavoro dei compagni.

Hanno colpito molto, ad esempio, le doti comiche di una ragazza, le perfette pause ad effetto  imporvvisate da un’altra, o ancora la credibilità di un amico così solare nell’interpretare un tenebrso sciamano.

Lo confermano anche i registi di Cineomovel: mettersi alla prova con ruoli distanti da noi è divertente e ci aiuta anche a conoscere meglio noi stessi. E non si parla solo di attori e personaggi!

Cinegame stagione 3: brainstorming

La presentazione si conclude fantasticando sul prossimo episodio. Ci lavoreranno altri studenti, ma si può far arrivare qualche spunto.

Il genere fantasy non si discute, ma forse questi ultimi mesi ci hanno mostrato quanto incredibile possa essere a volte anche la realtà.
I ragazzi vengono invitati a pensare come raccontare l’esperienza della pandemia attraverso quel tipo di linguaggio. Escono idee interessanti e qualche spunto autobiografico, come il demone della noia che contagia le persone. O come la strega malvagia chiamata… COVIDELIA!
Vedremo come i prossimi alunni accoglieranno questi suggerimenti.
Intanto grandi complimenti a voi ragazzi: avete lavorato da veri professionisti!
Presto recupereremo anche con le scuole di Ancona, Città di Castello, Bari e  Palermo, per portare a termine anche le loro avventure.

La scuola dimenticata, i bisogni di bambini e ragazzi

Sono terminate le scuole per gli studenti della generazione Covid. E otto milioni di studenti che attendono ancora di avere risposte  sul rientro in classe a settembre.

“Tutti all’ultimo banco nella scuola dimenticata” scrive Carlo Verdelli in un editoriale sul Corriere della Sera di oggi, in cui senza sconti si mette il dito nella piaga. La scuola non è stata per questo governo una priorità sociale, al contrario di altri paesi europei, dalla Germania alla Danimarca, “ma persino in Paesi più fragili come Grecia e Portogallo” dove si è “(…) tentato di cucire la ferita aperta dalla pandemia mettendo per i primi i bambini”.

La didattica a distanza ha escluso un alunno su due “aggravando una povertà educativa che secondo l’Istat ha ormai superato i 2 milioni di minori, un quarto del totale”. L’Italia, con il più basso tasso di laureati in Europa e uno dei più alti di abbandono scolastico (un milione di giovani in dieci anni, dati ISTAT), è all’ultimo posto dei paesi OCSE per la spesa pubblica destinata all’istruzione.

Attraverso progetti educativi in Italia, da #tu6scuola a Piccoli che valgono, CIAI fa parte di quel Terzo settore che ha continuato a lavorare e impegnarsi durante la pandemia per garantire a tutti i bambini e ragazzi il diritto alla scuola come luogo di crescita dell’individuo e di relazione con il mondo. Così ha detto Luca Meschi, Direttore Territoriale Italia di CIAI. Abbiamo visto lo sforzo degli insegnanti e di tutti gli operatori della scuola: anche con il  sostegno nostro e dei partner di progetto abbiamo cercato di trasmettere ai ragazzi quell’attenzione e quell’ascolto necessari perché nessuno si sentisse e fosse escluso, dalla didattica alla relazione con i pari e con gli insegnanti.

Come ribadisce oggi Verdelli, la scuola è stata dimenticata e non vi sono prospettive chiare, a differenza di quanto accade in altri paesi.

E se in un momento di emergenza la politica definisce molte priorità tranne la scuola, che messaggio stiamo dando a bambini e ragazzi? La scuola, il vostro futuro, non è una priorità” .

Domani, 18 giugno, alle 18.30, durante il quarto CIAI Talk si parlerà del valore della scuola e dei bisogni di bambini e famiglie in Italia.
Nella diretta Facebook e Youtube saranno presenti Paola Crestani (presidente CIAI), Arianna Saulini (coordinatrice gruppo CRC) e Simona Rotondi  (Attività istituzionali Con i Bambini).

La scuola fuori da scuola: ne parliamo con Paola Cristoferi

 

Ignorata, sotto osservazione, al centro di confronti e di conversazioni. È la scuola, luogo in cui si sono concentrati, durante il lockdown, scarse attenzioni e insieme ipotesi fantasiose sul ritorno in classe, di cui i divisori in plexiglas sono diventati l’emblema.

Nel mezzo, quasi non fossero rilevanti, bambini e ragazzi, i cui diritti all’educazione, alla socialità, all’esperienza di vita sono stati compressi in modo significativo. Lasciando un segno, in alcuni casi un trauma, confermato dagli esperti, che non potrà essere trascurato alla ripresa.

Ne abbiamo parlato in questo spazio web anche di recente, grazie all’editoriale scritto per noi dal maestro e giornalista Alex Corlazzoli.

E dalle pagine de Il Fatto Quotidiano, Corlazzoli ha dato notizia di alcune nuove proposte della task force della ministra Azzolina, presentate dal coordinatore Patrizio Bianchi. Tra queste, la possibilità di ripensare le lezioni in funzione di nuove geometrie all’interno degli spazi scolastici, per favorire in modo nuovo l’apprendimento.

Abbiamo chiesto un parere a Paola Cristoferi, coordinatrice dei progetti educativi di CIAI e promotrice, attraverso il progetto #tu6scuola, di un nuovo modello fare scuola (foto). 

 

“In queste ultime proposte vi sono elementi interessanti, che ci trovano in linea con la nostra strategia progettuale. In primis perché si parla di una più attiva relazione con il territorio. Già da un anno e mezzo lavoriamo con l’idea di aprire le sei scuole ai sei territori, convinti che apprendimento e conoscenza avvengano anche attraverso lo scambio con l’esterno, capace di dare linfa alla scuola.

Non sono i banchi a ‘fare’ la scuola, dunque…

Quando si parla di educare ‘all’aperto’ si intende molto, ovvero si include il coinvolgimento delle realtà locali; in quanto a spazi aperti si intendono associazioni, oratori, realtà vicine alle scuole, quello che per noi e i nostri partner è parte integrante del concetto di comunità educante. Quello che si chiede è adesso di ripensare il nuovo anno di lavoro proprio nell’ottica della più significativa presenza delle scuole nei territori. Alla base del progetto #tu6scuola c’è un principio: scuola significa tutte le persone che la fanno – dai docenti ai genitori fino a quegli educatori non formali che con la scuola interagiscono, dall’allenatore di basket al cartolaio, al libraio di quartiere, per intenderci. Riflessioni che sono al centro del lavoro di riprogrammazione delle ‘nostre’ sei scuole in queste settimane.

Il parco attorno all’ICS Rovellasca (CO)

Monica Guerra docente e referente dell’associazione Bambini e Natura, parla del “fuori” come luogo di apprendimento…

Certo, anche eventuali spazi nuovi nelle rispettive comunità educanti – penso alle città di #tu6scuola, Milano, Rovellasca, Ancora, Città di Castello, Palermo e Bari – possono essere luoghi di apprendimento. Soprattutto dopo un periodo così faticoso come quello che hanno vissuto.

Questo prevede il dialogo con le realtà del territorio – associazioni sportive, culturali, di genitori… – perché tutti, come ben esemplifica il nome del nostro progetto, sono scuola e hanno responsabilità educativa nei confronti dei ragazzi.

Quale attività di #tu6scuola rappresenta un nuovo modo di apprendere e crescere?

Molte, ma mi soffermerei sui nostri laboratori Saltaclasse.

Se si creano le condizioni di apprendimento non formale, non frontale e partecipativo, attraverso spazi educativi diversi, il rapporto con la natura o l’arte – come per la narrazione creativa del Cinegame -, è possibile generare motivazione e aumentare senso di appartenenza al gruppo classe, alla scuola, al valore dell’apprendimento per la crescita individuale. Ed è proprio il senso di appartenenza che è andato in crisi dopo il lockdown. Inoltre, fatto confermato dagli studi sulle neuroscienze, il coinvolgimento emotivo e la pluralità di linguaggi stimolati da queste attività, rafforzano e stimolano il processo di apprendimento 

Un’ultima riflessione sulla tanto discussa DAD – Didattica a distanza: cosa dobbiamo aspettarci da settembre?

Non sta a noi decidere noi cosa accadrà. Senz’altro però possiamo e vogliamo sostenere le scuole sia da un punto di vista materiale sia metodologico in tema di DAD.

La didattica a distanza  può essere utile se democratica, inclusiva e accessibile per tutti, mentre non lo è – anzi può creare effetti negativi – se si limita ad essere didattica di emergenza. E siamo consapevoli che richieda anche una formazione specifica, perché una lezione in DAD è diversa da una lezione tradizionale di tipo frontale.

Come #tu6scuola, insieme ai partner, stiamo pensando a come valorizzare l’esperienza fatta, in un’ottica però di didattica mistaIl digitale non è da demonizzare, soprattutto per quanto è accaduto in questi mesi. I ragazzi hanno, da soli, acquisito competenze che li hanno rafforzati nelle loro capacità. Quindi, da settembre, sanno di poter imparare anche in altro modo.

#tu6scuola a Milano: 10 mosse (teatrali) per prepararsi agli esami

Fare un esame è un po’ come andare in scena: si impara la parte, si entra nel personaggio, si affronta un pubblico.

A Milano, i ragazzi di #tu6scuola hanno avuto due alleati speciali per prepararsi alla presentazione dell’elaborato finale: Paola Scalas e Fabio Pardini. Due professionisti del teatro e della formazione, protagonisti di azioni di progetto dedicate a studenti e insegnanti.

Con loro, gli esaminandi hanno lavorato per arrivare al meglio a questo importate appuntamento, imparando come memorizzare “la parte”,  gestire l’emozione, allenare la voce e prepararsi al “debutto”, alla maniera dei veri attori.

Un lavoro che sarà sicuramente molto utile per questo “esame” e per tutti quelli futuri. E non solo ai ragazzi!
Questa mini dispensa riassume in 10 punti tutte le mosse utili per prepararsi a tutte le occasioni in cui la vita ci inviterà ad andare in scena:

>>> Training presentazione elaborato classi III.doc

…e se la tensione si fa sentire? Nessun problema: ascoltate questo file audio e provate questa tecnica di rilassamento guidato dalla voce di Paola Scalas:

In bocca al lupo!

 

 

Paola Scalas, docente di teatro, attrice e regista. Conduce diversi laboratori teatrali per la scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado. Collabora come animatrice e pedagoga con associazioni che operano sul territorio con progetti educativi. 

 

Fabio Luigi Pardini, animatore teatrale, educatore e professional counselor. Crea e conduce laboratori teatrali e progetti di educazione socio-affettiva con bambini, preadolescenti e adolescenti, in collaborazione con varie associazioni.

 

DOVE MI TROVO?