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Ignorata, sotto osservazione, al centro di confronti e di conversazioni. È la scuola, luogo in cui si sono concentrati, durante il lockdown, scarse attenzioni e insieme ipotesi fantasiose sul ritorno in classe, di cui i divisori in plexiglas sono diventati l’emblema.

Nel mezzo, quasi non fossero rilevanti, bambini e ragazzi, i cui diritti all’educazione, alla socialità, all’esperienza di vita sono stati compressi in modo significativo. Lasciando un segno, in alcuni casi un trauma, confermato dagli esperti, che non potrà essere trascurato alla ripresa.

Ne abbiamo parlato in questo spazio web anche di recente, grazie all’editoriale scritto per noi dal maestro e giornalista Alex Corlazzoli.

E dalle pagine de Il Fatto Quotidiano, Corlazzoli ha dato notizia di alcune nuove proposte della task force della ministra Azzolina, presentate dal coordinatore Patrizio Bianchi. Tra queste, la possibilità di ripensare le lezioni in funzione di nuove geometrie all’interno degli spazi scolastici, per favorire in modo nuovo l’apprendimento.

Abbiamo chiesto un parere a Paola Cristoferi, coordinatrice dei progetti educativi di CIAI e promotrice, attraverso il progetto #tu6scuola, di un nuovo modello fare scuola (foto). 

 

“In queste ultime proposte vi sono elementi interessanti, che ci trovano in linea con la nostra strategia progettuale. In primis perché si parla di una più attiva relazione con il territorio. Già da un anno e mezzo lavoriamo con l’idea di aprire le sei scuole ai sei territori, convinti che apprendimento e conoscenza avvengano anche attraverso lo scambio con l’esterno, capace di dare linfa alla scuola.

Non sono i banchi a ‘fare’ la scuola, dunque…

Quando si parla di educare ‘all’aperto’ si intende molto, ovvero si include il coinvolgimento delle realtà locali; in quanto a spazi aperti si intendono associazioni, oratori, realtà vicine alle scuole, quello che per noi e i nostri partner è parte integrante del concetto di comunità educante. Quello che si chiede è adesso di ripensare il nuovo anno di lavoro proprio nell’ottica della più significativa presenza delle scuole nei territori. Alla base del progetto #tu6scuola c’è un principio: scuola significa tutte le persone che la fanno – dai docenti ai genitori fino a quegli educatori non formali che con la scuola interagiscono, dall’allenatore di basket al cartolaio, al libraio di quartiere, per intenderci. Riflessioni che sono al centro del lavoro di riprogrammazione delle ‘nostre’ sei scuole in queste settimane.

Il parco attorno all’ICS Rovellasca (CO)

Monica Guerra docente e referente dell’associazione Bambini e Natura, parla del “fuori” come luogo di apprendimento…

Certo, anche eventuali spazi nuovi nelle rispettive comunità educanti – penso alle città di #tu6scuola, Milano, Rovellasca, Ancora, Città di Castello, Palermo e Bari – possono essere luoghi di apprendimento. Soprattutto dopo un periodo così faticoso come quello che hanno vissuto.

Questo prevede il dialogo con le realtà del territorio – associazioni sportive, culturali, di genitori… – perché tutti, come ben esemplifica il nome del nostro progetto, sono scuola e hanno responsabilità educativa nei confronti dei ragazzi.

Quale attività di #tu6scuola rappresenta un nuovo modo di apprendere e crescere?

Molte, ma mi soffermerei sui nostri laboratori Saltaclasse.

Se si creano le condizioni di apprendimento non formale, non frontale e partecipativo, attraverso spazi educativi diversi, il rapporto con la natura o l’arte – come per la narrazione creativa del Cinegame -, è possibile generare motivazione e aumentare senso di appartenenza al gruppo classe, alla scuola, al valore dell’apprendimento per la crescita individuale. Ed è proprio il senso di appartenenza che è andato in crisi dopo il lockdown. Inoltre, fatto confermato dagli studi sulle neuroscienze, il coinvolgimento emotivo e la pluralità di linguaggi stimolati da queste attività, rafforzano e stimolano il processo di apprendimento 

Un’ultima riflessione sulla tanto discussa DAD – Didattica a distanza: cosa dobbiamo aspettarci da settembre?

Non sta a noi decidere noi cosa accadrà. Senz’altro però possiamo e vogliamo sostenere le scuole sia da un punto di vista materiale sia metodologico in tema di DAD.

La didattica a distanza  può essere utile se democratica, inclusiva e accessibile per tutti, mentre non lo è – anzi può creare effetti negativi – se si limita ad essere didattica di emergenza. E siamo consapevoli che richieda anche una formazione specifica, perché una lezione in DAD è diversa da una lezione tradizionale di tipo frontale.

Come #tu6scuola, insieme ai partner, stiamo pensando a come valorizzare l’esperienza fatta, in un’ottica però di didattica mistaIl digitale non è da demonizzare, soprattutto per quanto è accaduto in questi mesi. I ragazzi hanno, da soli, acquisito competenze che li hanno rafforzati nelle loro capacità. Quindi, da settembre, sanno di poter imparare anche in altro modo.