
La newsletter di Buone Notizie del Corriere della Sera di lunedì 15 giugno ha accolto un ricordo di Liliana Gualandi scritto da Francesca Mineo – Ufficio stampa CIAI e mamma adotiva
Liliana Gualandi ha scritto la storia delle adozioni in Italia, quando non esistevano leggi e convenzioni internazionali ma solo ‘orfanotrofi’ o ‘brefotrofi’, istituti spesso divisi in sezioni femminili e maschili in cui chi voleva adottare sceglieva bambino o una bambina, basandosi su somiglianze fisiche o suggestioni del momento.
Liliana, fondatrice di CIAI – Centro Italiano Aiuti all’Infanzia, primo ente a introdurre in Italia le adozioni internazionali, spesso raccontava episodi come questo; ricordava anche di aver visitato istituti milanesi in cui i neonati, disposti in culle ravvicinate, venivano leggermente scossi durante la giornata perché provassero sensazioni e percezioni dal mondo esterno.
Era decisamente un altro mondo: bambine e bambini non erano considerati soggetti di diritto, le madri non sposate venivano emarginate dalla società, lo stigma aleggiava per tutta la vita sia su queste donne che sulle persone cui veniva assegnato un cognome quale Esposito, Degli Innocenti, Diotallevi.
Questa giovane donna milanese, scomparsa pochi giorni fa a 94 anni, ha innescato invece una rivoluzione, invisibile inizialmente e pionieristica; non è esagerato affermare che Liliana Gualandi abbia ridefinito il concetto stesso di famiglia, partendo dalla sua.
Liliana ha girato pagina un giorno del 1957, quando si trovava con il fidanzato, futuro marito, al parco Ravizza, a Milano.
Insieme a lui quel pomeriggio intervenne per difendere una giovane donna incinta dalle aggressioni di alcuni uomini; la accompagnarono all’orfanotrofio, lasciando i loro recapiti.
Mesi dopo, davanti all’abbandono della neonata, Liliana compie una scelta impensabile per l’epoca: torna all’istituto, accetta di accogliere la bambina e la porta a casa. E pensare che fino a pochi anni fa si divertiva ancora a raccontare come, quel lontano pomeriggio, fosse uscita di casa con il fidanzato, salutando i genitori, per poi rientrare la sera con una neonata in braccio.
Al netto di questi aneddoti, Liliana ha per prima conosciuto, visto da vicino, ingiustizie e assenze di diritti, in un sistema che non tutelava nessuno.
Da quel momento, la sua vita privata e il suo impegno pubblico si sono fusi.
Nel 1965 partecipa attivamente alla stesura del primo progetto di legge sull’”adozione speciale legittimante” (approvato poi nel 1967), un testo normativo fondamentale che metteva al centro l’interesse superiore del minore, garantendogli lo status di figlio o figlia a tutti gli effetti. Prende parte all’Associazione Famiglie Adottive e nel 1968 fonda insieme ai marito Giuseppe Cicorella e ad altre coppie di genitori adottivi CIAI, ancora oggi ente di riferimento per le adozioni internazionali e la tutela di tutti i diritti per bambini, bambine e adolescenti. Insieme a CIAI ha poi partecipato alla stesura della legge 184 sulle adozioni internazionali.
Se oggi l’accoglienza adottiva e affidataria è un percorso tracciato, nel 1968 era un territorio completamente inesplorato: la sua visione fece sollevare più di un sopracciglio. Non esistevano buone prassi, non esistevano psicologi o servizi specializzati, non c’era cultura dell’inclusione, si parlava ancora di razze e soprattutto di legami di sangue.
Gualandi ha scardinato invece il tabù più grande dell’epoca: l’idea che la famiglia dovesse basarsi necessariamente sulla consanguineità o sulla somiglianza dei tratti somatici. Ha promosso l’accoglienza di minori senza distinzione di etnia, sesso o provenienza geografica, introducendo in Italia il concetto che la genitorialità è una costruzione culturale, psicologica e affettiva, non un dato puramente biologico. Una visione che le è valsa, nel 2012, la consegna dell’Ambrogino d’Oro da parte del Comune di Milano, proprio per aver difeso il bambino come persona e per aver garantito una famiglia a migliaia di minori in stato di abbandono.
Negli anni, la sua lucidità e esperienza ha guidato generazioni di genitori e anche di nonni ad affrontare le complessità dell’adozione internazionale: tra queste, la gestione del trauma dell’abbandono, nell’infanzia e nella adolescenza, la necessità di integrare i ricordi del passato del minore con la nuova storia familiare, per poterla riscrivere insieme.
Con una modernità disarmante, andava controcorrente anche rispetto ad alcuni orientamenti psicologici rigidi, sostenendo l’importanza che l’intera rete familiare — compresi i nonni — accogliesse da subito e con gioia il nuovo arrivato o la nuova arrivata, perché “il bambino ha una capacità enorme di accoglienza”.
Non da ultimo, l’aspetto più straordinario della sua figura risiede nel fatto che non ha mai teorizzato dall’alto. Liliana non solo ha sperimentato contemporaneamente ogni forma di accoglienza – lei stessa è stata madre biologica, adottiva e affidataria – ma ha anche provato a comprendere le ragioni profonde, seppure insondabili, di chi sceglie di abbandonare. Lei stessa, del resto, aveva potuto conoscere quella disperazione e negli occhi di chi l’aveva vista.
