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Una cosa è certa, almeno per chi opera all’interno del progetto #tu6scuola: laddove la comunità educante già esisteva o dove reti territoriali associative già operavano assieme per il bene comune, la pandemia Covid19 ha rappresentato un momento difficile ma non insormontabile dal punto di vista delle relazioni e della vita sociale. E quindi anche del mondo scuola che ha ritrovato, seppure nel distanziamento, un modo di restare ‘aperta’.

A Fabrizio Boldrini, Direttore della Fondazione Centro Studi Villa Montesca a Città di Castello, partner di #tu6scuola per l’azione sulle comunità educanti, abbiamo chiesto una riflessione sui mesi appena trascorsi.

 

Fabrizio Boldrini – Fondazione Centro Studi Villa Montesca

“Abbiamo fatto uno sforzo di adattamento, non semplice, ma i risultati si sono visti proprio perché volevamo almeno preservare l’elemento principe, insito nel mondo scuola, la relazione, un elemento non secondario dell’educare e dell’educarsi – ha detto.

Con il distanziamento è venuto a mancare lo sviluppo della personalità del bambino e del ragazzo e volevamo evitare il più possibile conseguenze negative per i ragazzi. Così ci siamo attivati subito, coinvolgendo presidi, insegnanti, famiglie, in primis per non lasciare nessuno indietro e poi anche per riprogrammare i mesi che avevamo davanti.

Per usare un’immagine romantica, si potrebbe dire che è accaduto quello che racconta Robinson Crosue, il personaggio di Defoe. Quando si fa naufragio su un’isola deserta, per prima cosa si prova un grande sgomento, un senso di profonda incertezza. Per molti ragazzi a questo si è aggiunta anche la necessità di processare il lutto della perdita di affetti. Poi però si è costretti ad adeguarsi al nuovo ambiente, si comincia ad esplorarlo e ad apprezzarne alcuni elementi. Si avvia una reazione resiliente al nuovo contesto, si esplorano nuove forme di comunicazione e di relazione.”

Al di là delle azioni puntuali che avete messo in atto in collaborazione con le scuole, quale lezione è stata appresa?

La scuola si è rivelata un riferimento sociale ancor più importante di quanto immaginassimo, nel periodo Covid: un luogo essenziale intorno al quale gravita tutta la comunità.

I docenti, grazie alla didattica a distanza, hanno mantenuto in una certa misura relazioni sociali e di scambio di contenuti e di emozioni.
Ma questo è avvenuto in un contesto emergenziale, non possiamo ritenerlo in modello. Quello che è certo che è ormai chiaro che per fare didattica evoluta e coinvolgente non è sufficiente mettersi davanti a uno schermo, avere tecnologie.

Ormai abbiamo visto chiaramente un dato che le scienze dell’educazione sottolineano da tempo: tutti, incluso il MIUR, hanno sempre fatto strategie impostate sul mezzo – penso alle LIM e altri acquisti che ritengo meno strategici di quanto pensavamo per le scuole. Abbiamo riempito le aule di media complicati da usare. La pandemia invece ci ha rivelato con chiarezza che il ponte da attraversare è prima di tutto un percorso pedagogico. Le tecnologie anche se sono capaci di modificare ed adattare il contenuto che le utilizza, non possono essere pensate come “totem”, con la relativa acritica sacralità che ne deriva.

Abbiamo tutti compreso che anche l’emergenza sarebbe stata affrontata con maggiore resilienza di comunità se si fosse avviata una riflessione più profonda sul digitale a scuola.
Le tecnologie, se semplici, possono essere inclusive, ma la pandemia ha sollevato in modo chiaro il tema dell’isolamento digitale.

Quali preoccupazioni per la scuola che verrà, in mezzo a tante incertezze?

Resta la preoccupazione per i ragazzi più deboli e per il processo della loro inclusone.  Il rischio è che si perdano coloro che non hanno accompagnamento a casa, che hanno meno connettività, meno risorse cognitive individuali e di famiglia. Se si dovesse ricorrere ancora alla modalità della didattica a distanza o mista non possiamo non porci il problema della diseguaglianza del contesto. Per i ragazzi avere genitori
con un rilevante background sociale ed educativo costituisce un elemento di vantaggio troppo rilevante.

E se è così anche in “tempo di pace”, questa discrepanza aumenta in modo inaccettabile in situazione di crisi.

In Italia abbiamo una situazione che presenta punte di avanguardia educativa che sono ai vertici della didattica europea e contesti assai fragili nei quali la scuola pubblica si fa sempre in condizioni di emergenza.

Quali idee quindi a sostegno della scuola?

Per prima cosa occorre a mio avviso semplificare i processi: le prassi innovative “scoperte” durante il lock-down non vanno abbandonate, ma potenziate. La didattica può utilizzare vari “attrezzi”, alcuni perché sono utili altri perché si è costretti a farlo. Ma l’utilizzo di strumenti gestiti in autonomia e strumenti di relazione tecnologica, che abbiamo etichettato DAD (un vezzo di mettere sempre sigle che
personalmente non mi appassiona), non si possono pensare come semplici trasferimenti di contenuti da un luogo, l’aula, ad un mezzo, Google meet.

Non basta usare la Suite di Google per dire che stiamo all’interno di un processo di creazione di contenuto. Occorre trovare un sistema adeguato di relazioni che tenga conto di questi strumenti e li usi per le loro effettive potenzialità, non solo come salvagente quando
il contesto si increspa.

Il digitale a scuola è ancora in una fase evolutiva intermedia e né siamo partiti da zero (come affermava il Ministro dimenticando anni di sperimentazioni e processi di avanguardia), né abbiamo raggiunto i nostri obiettivi.

Come passo successivo, nell’interesse del benessere dei ragazzi, potrebbe essere utile recuperare la relazione e pensare d’ora in avanti alla scuola come ambiente apprendimento tutto l’anno. Dove il termine apprendere non rappresenti una condanna ai lavori forzati educativi dei ragazzi, ma una esperienza piena di contenuti emotivamente rilevanti.

Aprire la scuola anche d’estate per iniziative diverse legate alla creatività potrebbe essere un tentativo da considerare, in prospettiva. Nel progetto #tu6scuola, ad esempio, abbiamo avuto la possibilità di utilizzare il linguaggio del cinema che è opportunità di narrazione: perché non pensare all’estate come momento in cui fare esperienze e stimolare i ragazzi a sceneggiare storie, le proprie?

Pensiamo al valore che potrebbe avere chiedere oggi agli studenti di sceneggiare la loro vita durante il Covid oppure creare una narrazione scientifica del Covid, affinché sia un racconto educativo.

La scuola sembra prigioniera nel suo labirinto, tante voci ma nessuna risolutiva o in grado di soddisfare tutte le esigenze…

C’è bisogno di una riforma generale della scuola; le lezioni delle materie nella secondaria di primo e secondo grado, ad esempio, in molti casi, sono ancora condotte secondo una modalità di insegnamento ‘rigido’. #tu6scuola potrebbe creare un pezzetto di buona pratica di scuola da ripensare.

L’osservatorio è privilegiato da questo punto di vista: per quanto i territori siano diversi, sono rappresentativi della scuola italiana oggi. A mio avviso dovremmo consultare i presidi e ragionare con loro su come ripartire insieme, ma non solo con una prospettiva temporale breve.

Territori e scuola: come interagire anche a distanza?

Tutte le teorie recenti sulle comunità educanti mostrano una visione etica: uomini e donne che devono educare i figli e partecipano insieme a questo sforzo: è la visione del villaggio.

Dopo l’esperienza Covid credo che anche questa sia una idea da rivedere, perché il villaggio è anche comunità di risorse e se ci sono competenze, anche di pensiero, la scuola deve aprirsi ancora di più ai territori. In un sistema di comunicazione diventato così aperto (dopo la pandemia, ndr), l’idea che per educare ci vuole il villaggio non basta più.

Sarebbe bello produrre liturgie comunitarie, in cui la comunità si identifica in qualche forma. Ad esempio negli USA funziona ancora molto la pratica di invitare i genitori a parlare ai ragazzi in classe, raccontando ad esempio le loro professioni. È un modo per far sentire le persone parte del progetto educativo; si fa anche da noi, ma soprattutto nella secondaria si ha ancora difficoltà ad una relazione stabile con il sistema familiare.

Occorre però tornare in cattedra: come ripensare la docenza dopo questi mesi?

Promuoverei la didattica ‘per problemi’: ci consente di stare meno a scuola, avere gruppi differenziati. Non si devono insegnare cose nuove, ma prendere un pezzo di programma e proporlo in forma diversa. È una mini rivoluzione che #tu6scuola potrebbe proporre ai sei territori.