AFGHANISTAN

Situazione del Paese

La situazione è critica per 38 milioni di persone già molto provate da guerra e povertà.

Kabul e alcune altre provincie sono in lockdown dal 28 marzo e lo rimarranno fino al 30 aprile. Non sono chiari i numeri del contagio che oscillano tra i 2.000 e i 4.000 casi. L’emergenza mette il Paese in grande difficoltà: la capacità di testing e analisi dei dati è limitata in tutto il Paese ci sono solo 2 medici e 9 operatori sanitari ogni 10.000 abitanti. Si contano solo 300 ventilatori polmonari.

Il Governo ha disposto il distanziamento sociale e sta diffondendo informazioni e indicazioni in materia di contenimento del contagio anche tramite sistemi digitali.

Sappiamo però che la consuetudine di vita soprattutto nelle zone rurali non rende concretamente possibile questo tipo di precauzioni. L’economia afghana che si basa in larga parte sul lavoro informale “a giornata”, è in ginocchio.

Ad Herat, uno dei focolai del contagio, a causa del gran numero di persone che lo hanno diffuso rientrando dall’Iran, ci sono state manifestazioni di protesta contro il lockdown. Se la popolazione non può uscire in strada per cercare il lavoro giornaliero, non può guadagnare nulla e rischia di morire letteralmente di fame.

Il Governo ha ottenuto un aiuto dalla banca mondiale pari 100 milioni di dollari, una cifra importante ma non certo risolutiva per la condizione generale del Paese.

La guerra intanto non si ferma. L’accordo di pace patrocinato dagli Usa non si è ancora trasformato in un impegno tra il governo ed i Taleban. Continuano gli scontri in diverse aree del Paese, nonostante a fine marzo sembrava che si potessero sperare in una tregua almeno nelle zone più colpite dal Covid-19.

Una speranza presto risultata vana. Nella provincia di Balkh dove si combatte da mesi i Taleban il 7 aprile hanno condannato a morte 7 civili tra cui 3 minori.

Attività CIAI

In questo momento, la ONG Ashiana, nostra partner locale che opera sul progetto bambine senza paura, è operativa nonostante un collega purtroppo abbia contratto il virus. E’ in buone condizioni e in via di guarigione.

Agli operatori CIAI, non è consentito entrare nei due centri detentivi minorili in cui operiamo a Kabul ed Herat. Abbiamo però provveduto ad acquistare e consegnare ai centri il materiale igienico sanitario di cui non disponevano. Le altre attività di progetto sono purtroppo interrotte, non è possibile effettuare le visite di monitoraggio alle bambine che abbiamo riaccompagnato al rientro in famiglia, i corsi di formazione al personale carcerario e le visite presso commissariati di polizia.

Nelle foto, alcune delle bambine e ragazze nel carcere di Herat: fondamentale, per il loro reinserimento nella società al termine del periodo di detenzione, è l’istruzione e per questo vengono organizzate delle lezioni. Diverse di loro hanno bambini piccoli.